Quanto è profonda la relazione tra architettura e musica in un epoca in cui i mostri sacri dell’industria musicale americana dettano legge, mentre in tutto il mondo da diversi decenni viene esportato il modello “Delirious” delle città americane tanto caro a Rem Koolhaas.

Alessandro Mannarino nasce a Roma nel 1979 e Alvar Aalto probabilmente avrebbe descritto la sua musica cosi:“Nulla di vecchio è mai rinato, ma neppure scompare mai completamente. E tutto ciò che è sempre stato emerge in una nuova forma”.

In lui i suoni del mediterraneo vengono mescolati con reminiscenze regionali; una Taliesin west, dove elementi indigeni e strutture archetipe come la pit-house vengono mescolate per creare un opera d’arte complessa con vari livelli di lettura.

Se Dino Gavina diceva “Veramente Moderno è ciò che è degno di diventare antico” siamo sicuri che ciò che oggi ci sorprende come l’esaltazione della tecnocrazia, e la violenza di astronavi calate sul terreno sia in grado un giorno di creare in noi delle emozioni?

O resterà un alieno nel nostro paesaggio, ricordo di un antica moda?
“Ci piacerebbe fare un edi cio che potesse far dire alla gente: Bene, questa sembra una casa antica tradizionale, però c’è anche qualcosa di completamente nuovo in lei. Un architettura che sembri familiare, che non ti obblighi a guardarla, che risulti abbastanza normale; però allo stesso tempo che abbia anche qualcosa di inaspettato, che susciti dei quesiti e contenga anche qualcosa di inquietante” (Herzog e De Meuron).

E se fosse la casa per un collezionista a Therwil la musica di Mannarino? Nel 1986 aveva solo 8 anni e nelle radio suonava “Bello e Impossibile di Gianna Nannini” i due architetti svizzeri stavano costruendo “una casa romantica per il futuro”, dove la casa del passato con tetto a falda si ergeva sopra alla casa del tempo presente con setti in cemento armato. La sovrapposizione di epoche, la strati cazione di elementi e culture differenti creavano un opera complessa e poetica, con risvolti psicologici che lasciavano l’osservatore porsi delle domande, e non osservare l’opera in modo passivo. Non c’è cosa peggiore di un talento sprecato, non c’è cosa più triste di un padre che non abbia mai amato, e gli architetti italiani hanno un grande obbligo, quello di non distruggere quello che il passato gli ha donato.

“Da noi esiste un tale substrato classico e lo spirito della tradizione (non le forme le quali sono ben diversa cosa) è così profondo in Italia, che evidentemente e quasi meccanicamente la nuova archi- tettura non potrà non conservare una tipica impronta nostra” cosi il Gruppo 7 descriveva il proprio lavoro, cosi gli architetti Italiani sono obbligati a crescere; noi siamo la patria di cantautori come De Andrè, Giorgio Gaber, Pierangelo Bertoli, e solo scavando a fondo nella nostra cultura è possibile ap- prezzare cantautori come Mannarino; sarebbe ridicolo e innaturale imitare le rockstar o le popstar americane.

Amiamo il nostro territorio, ascoltiamo buona musica, e progetteremo grandi edifici.