“La realtà del recipiente è nel vuoto che contiene” Lao Tse.

Sempre di più, oggi, ci troviamo ad abitare all’ interno di case che non ci rendono felici, costruiamo la nostra vita all’ interno di mini appartamenti, o nel peggiore dei casi siamo talmente fortunati da poterci permettere case enormi, che hanno la sola qualità nei metri quadri che occupano.

“La realtà di un edificio non consiste nel muro e nel tetto, ma nello spazio in cui si vive”. 

Wright aveva capito perfettamente che la qualità dello spazio non è misurabile, cosa che oggi purtroppo in troppi hanno dimenticato.

A metà degli anni ’60 i progettisti delle capsule spaziali osservarono che i problemi tecnici che riguardavano la nutrizione, l’ areazione e le altre necessità fisiche erano abbastanza semplici in confronto al problema di preservare l’ equilibrio umano degli abitanti della capsula. La difficoltà più grave era dovuta allo stato di clausura.

Se è vero che noi prendiamo coscienza del nostro mutare soltanto in rapporto al mutare delle stagioni e al ritmo alternato di luce e buio, è ovvio che tutto questo richiede che l’ abitazione sia vicina alla terra, direttamente collegata all’ esterno: un tutto organico in cui interno ed esterno si integrino perfettamente.

Eppure non c’ e nulla di strano, agli antichi era addirittura ovvio; basti pensare a Pompei; alla maestosità della Casa del Fauno, o alle case Arabe nelle oasi di Kharga, Dakhla e Bahriyah in Egitto. Forse l’ unico aspetto veramente anomalo è il fatto che tutto questo, si sia perso nel corso della storia, eccetto sporadici e illustri casi di maestri europei come Jorn Utzon, Alvar Aalto, Ludwig Hilberseimer e in Italia attraverso la ricerca di autori come Pagano o Adalberto Libera.

..Se una persona vive in un clima freddo e si dedica costantemente alla progettazione di scatole, finisce per essere ossessionato con il disegno della superficie, con la codificazione e la progettazione in serie di queste scatole. Le fotografie di Architettura che appaiono nelle riviste e nei libri, rinforzano questa ossessione…”

“…Questo aspetto è certamente una grande perdita. Perché passeggiare per la spiaggia al tramonto, o attraversare un deserto e finalmente arrivare in una casa, che si sviluppa intorno a un patio, è una esperienze umana che va ben al di là degli aspetti fotogenici…” C.Correa.

Per nostra fortuna non tutto è perduto, grazie alla ricerca di Architetti come Siza, Zumthor, Souto de Moura, Correa o Alberto Campo Baeza; che hanno deciso di astenersi dall’ inutile lotta tra perfezionismo costruttivo e esibizionismo formale.

L’ augurio è che con il passare del tempo, l’ Architetto “mediterraneo”, possa invertire i suoi classici procedimenti compositivi, valorizzando la sacralità degli spazi vuoti, proteggendoci da quei “nemici” che già Serge Chermayeff e Christopher Alexander negli anni ’60 avevano individuato nel rumore e nella mancanza di privacy nella nostra società.

Rendendosi conto che la qualità di uno spazio, non è strettamente legata alla quantità di cemento sopra le nostre teste; anzi, tutt’ altro.

“La mia casa d’ estate è Architettura, nel vero senso del termine. Giardino recintato, arcadia, paradiso. Quattro muri un albero e una piscina. E la luce e il buio alternati. E il terreno fresco e la pietra che nobilita. Il paradiso in terra, altrimenti cos’ altro è l’ Architettura?”

Alberto Campo Baeza, riguardo Casa Gaspar a Zahora.